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Back to gender: un pericolo tra i banchi di scuola

Back to gender: un pericolo tra i banchi di scuola

Settembre: riaprono le scuole. E la caccia al gender.
In qualità di Madre, titolo equipollente a una laurea in Scienze della Formazione, ho scandagliato i programmi didattici dei nostri pupilli alla ricerca delle insidie ivi nascoste dalla lobby gay.
Quando sorprenderete vostro figlio a ripassare l’esegesi di “Gelato al cioccolato”, non dite che non vi avevo avvertito.

CHIMICA
“Una famiglia di elementi è costituita da quelli che compaiono in una stessa colonna della tavola periodica”. Capite bene che da qui a “Una famiglia di elementi è costituita da quelli che si vogliono bene” è un attimo.
Madre, padre, figli, sabati all’Esselunga: di questo è fatta una famiglia. Il resto è propaganda strisciante.

FISICA
Corpi rigidi, corpi estesi, membrane che si muovono su superfici, fluidi e solidi che riempiono interi spazi tridimensionali: ci sono più allusioni in un manuale di fisica che in un brano dei Village People.
I gruppi di pressione, così, vogliono normalizzare il sesso: che ne sarà di secoli di sensi di colpa usati come contraccettivi?

ARITMETICA
Due è uguale a due. Istillare nelle nuove generazioni l’idea che ammucchiate aberranti come quindici meno tredici o peggio millecentoventisette meno millecentoventicinque abbiano egualmente diritto di essere considerate due, è una pericolosa forzatura ideologica.
Non si può essere due come pare e piace. Siamo in piena deriva #metwo.

INGLESE
Insinuatasi nel quotidiano come un virus, la lingua del pensiero unico ha il preciso obiettivo di eliminare le differenze e appiattire le qualità.
Fateci caso: in inglese gli aggettivi non sono declinabili al maschile o al femminile, c’è un subdolo terzo genere neutro, ma soprattutto è impossibile comunicare a un amico che gli si vuol bene senza passare per ricchione: tocca dirgli “I love you”.

Lo stivale rotto: pensieri sull’Italia che crolla

Italia stivale rotto

L’Italia è penisola ibrida, geografia insolita. La testa nei monti, il corpo nel mare. Una terra così non sa bene chi è: neve al mattino, a mezzogiorno salsedine.

Qui tutte le strade portano a Roma. Tranne quelle che crollano sotto agli errori, tranne quelle che scavano il volto agli anonimi. Chi rompe paga, con soldi non suoi.

È un Paese che prega che non sia troppo tardi, che liquida i morti facendoli santi. È un eterno villaggio, ma senza vacanza. L’Italia si desta commossa. Non basta.

Saluti dall’Italia

Solo in cartolina

Abbiamo partecipato alla sommossa epistolare organizzata dai ragazzi di Solo in Cartolina. “Una campagna di denuncia contro le morti in mare, che sostiene tutti coloro che ogni giorno salvano le vite dei migranti al largo delle nostre coste”.

La buttafuori: una storia sul cibo e i suoi contorni

Il mio piatto era un circolo privato dove entrava solo chi era in lista: pesce sì, carne no, ceci sì, uova no, tofu sì, tuma no. Pesavo 45 kg, ma facevo la buttafuori.

E dire che prima, da ragazza, mangiavo tanto e di gusto: con una mamma per metà romagnola e un papà dirigente in Ferrero, mi dividevo tra lasagne e Nutella. Bruciavo tutto chiacchierando fortissimo con le amiche e stordendomi di sogni: avevo vent’anni ed ero in forma senza nemmeno pensarci.

Poi sono arrivati i quasi-trenta: ero quasi matura, quasi indipendente, quasi adulta.
Un atavico perfezionismo mi spingeva a non vedere di buon occhio tutti quei “quasi” e a chiedermi strenuamente di più. Le scelte, tutte, andavano meditate con cura.
Se la vita incedeva comunque senza che potessi incastrarla in una regola, se le emozioni mie e degli altri sfuggivano al controllo, nel piatto era tutto diverso: dentro quei confini il mondo era sotto il mio esclusivo dominio, ed esercitare il potere mi faceva sentire consapevole.
Così sono diventata buttafuori, in piedi sul ciglio del pasto a decretare cosa fosse ammesso e cosa no. Nulla di patologico, ma a furia di voler mangiare sano, finivo semplicemente per mangiare poco.

Ci è voluta la gravidanza per decidere di sospendere momentaneamente la selezione all’ingresso: desideravo che le mie creature ricevessero tutti i nutrienti necessari. Singolare come un’attenzione così basica non riuscissi a dedicarla per prima a me stessa.

Ed ecco che – boom! – sono nati i gemelli, e il mio fisico ha accusato l’urto in un modo che non avevo previsto. Crepe intime, ben nascoste dietro ai miei jeans taglia 38.

“Com’è possibile che tu abbia fatto due gemelli?”
“Che linea!”
“Ti vedo benissimo!”

Ogni commento, la mia magra vittoria: “Peso poco, sembro bella, decido io”.

Il corpo delle donne è aperto: accoglie la vita e la offre, è esposto ai giudizi di chi lo riduce a strumento di seduzione, è creatività pura contrapposta a canoni di rara banalità. Ora l’ho capito davvero. Correre dietro alla perfezione è come andare sul tapis roulant: tanta fatica per non arrivare da nessuna parte.

Ho sentito lo schiaffo, ma alla fine mi sono svegliata. Ho lavorato su di me, per tornare a godermi una pizza filante senza sentirmi una pericolosa sovversiva. Ho buttato fuori, sì. Questa volta la rabbia, la mania di controllo e quel fastidioso super-io calvinista che era solito fissarmi con l’espressione allegrona di Victoria Beckham.

Oggi ho conquistato il mio obiettivo: finalmente non sono più sottopeso.
Festeggerò al ristorante insieme a chi amo, di fronte a una quantità imbarazzante di sushi. E no, Victoria Beckham non sarà nella lista degli invitati.
Sono una buttafuori dentro, io.

Io più voi: una lettera d’amore ai miei figli

Io vi dico “non saltate o vi farete male”, voi mi ricordate che il dolore dovete impararlo a tentoni, allungandovi per sfiorare i limiti. I vostri balzi sono quasi sempre balzi di crescita.
Lo sai bene tu, figlio mio, che hai una cicatrice della tua stessa età e una storia per cui non sarò mai all’altezza, nemmeno dopo una rincorsa.

Io vi regalo i nomi delle cose e voi riempite i pacchetti di significati nuovi.
Il Bimby è un’entità superiore da salutare ossequiosi entrando in cucina, il pezzo di mela è una fetta di luna, il sole che colpisce negli occhi va sgridato a dovere – “batta sole fai male”, il pesce è un tipo di pollo e fine della discussione.

Io vi ho messo un tetto sopra la testa, voi avete scoperchiato le mie certezze.
Il vento si è portato via i legami appassiti e i riti sbiaditi, ma anche certi piaceri leggeri e alcuni sogni difficili da salutare. Mi avete spogliata perché mi guardassi e nel freddo ho dovuto abbracciarmi. E mi sono sentita. Forte.

Io vi cerco, voi mi trovate.
Io vi voglio bene, voi me ne date.

Internet è bello, ma non ci vivrei

La nostra esistenza iperconnessa è una fonte inesauribile di luminose opportunità. Non starò qui a elencarle: esistono gli spot Apple per questo.
Certe volte, però, Internet mi fa venire voglia di gridare fortissimo, armarmi del mio vecchio 3310 – peraltro ancora carico – e fuggire là dove i meme non possano raggiungermi.
Le ragioni sono molteplici, ne ho selezionate alcune.

BOOKING E L’ETERNO RITORNO
È chiaro. Alla base della strategia di comunicazione di Booking c’è la teoria dell’eterno ritorno di Nietzche. “Questa vita, come tu ora la vivi e l’hai vissuta, dovrai viverla ancora innumerevoli volte”, sembrano profetizzare gli onnipresenti banner e le copiosissime newsletter.
Hai appena visitato New York? Allora forse può piacerti New York.
Sei stata in Provenza per la fioritura della lavanda? Torna a controllare il raccolto.
Vuoi un’idea per un weekend fuori porta? C’è il tuo pianerottolo.
Amici di Booking, ho un consiglio: provate con l’approccio “vertigine della possibilità”, in stile Kierkegaard. Proponetemi di scegliere tra luoghi incantevoli che non ho ancora visitato, stupitemi, confondetemi, corteggiatemi. Ho due figli piccoli e in ferie ritornerò eternamente nella casa di famiglia in Liguria. Almeno voi, fatemi sognare.

LA SCIENZA CHE DICE E NON DICE
Il web ha una relazione complicata con la scienza. Le nostre bacheche pullulano di opinioni su medicina e fisica quantistica dispensate da starlette decadute, idraulici, designer d’interni, cantanti, tassisti, mio cugino.
Gli articoli scientifici formato social appartengono perlopiù a due filoni spassosamente opposti: ci sono quelli del genere “Lo dice la scienza” e quelli del tipo “Ciò che la scienza non vi dice”.
La regola è questa: se il tema è di straordinaria inutilità, la news appartiene alla prima categoria e trasuda fiducia nel sapere empirico. “Chi è disordinato ha una mente geniale, lo dice la scienza”. “Se hai le lentiggini parli meglio l’inglese, lo dice la scienza”. “I primogeniti sono più forti a burraco, lo dice la scienza”.
Quando invece la disquisizione tocca nozioni specialistiche e profondamente complesse, allora temibili professoroni ci stanno nascondendo la verità su nanoparticelle, vaccini e terremoti. Fuck the sisma.

I POSER
Hanno guardaroba da 500.000 like, figli sovraesposti che poi correggono con Photoshop e il sogno di un filtro Instagram definitivo da utilizzare nel mondo reale – volete mettere affrontare un colloquio di lavoro con su un bel Valencia?
Per loro la forma è tutto, e con forma intendo il taglio quadrato delle fotografie social.
Alcuni soffrono di una paresi da duckface: poco male, non servono vocali aperte per commentare “Top!”
Un tempo si è lottato per l’immaginazione al potere. I poser le hanno preferito l’impaginazione.

GLI EPITETI SUPERSIMPA
Il dileggio online non conosce limiti: è multipiattaforma e cross-generazionale. Si insultano gli oppositori politici, le squadre avversarie, le donne brutte, quelle troppo belle, gli immigrati, le mamme che non fanno come dico io, i vegani, gli altri, tutti gli altri, sempre.
Tralasciando i connotati più inquietanti del fenomeno, vorrei concentrarmi su un particolare risvolto linguistico: l’abuso dei soprannomi col-gioco-di-parole-tutto-da-ridere.
Utonti, Pidioti, Grullini, Renzie, Di Mail: c’è una lista infinita di epiteti lisi che girano di commento in commento, consumandosi come quei calzini che finiscono per far prudere il tallone sulla suola. Sono scorciatoie: tentativi di screditare senza passare dai contenuti, con l’aggravante del conformismo. Per me sono tutti, invariabilmente pronunciati dal mio compagno delle medie con molta peluria sotto il naso e poco senso dell’umorismo. Io leggo “Italioti”, ma sento “gne-gne”.

Monologo dell’ombelico

Sono un cerchio. Sono finito. Sono completo. Mi basto. Ti devo bastare. Sono al centro.

Beh? Cos’è quell’espressione supponente?
Lo so che hai studiato e ti piace dirti che fai un lavoro di concetto. Guarda che tutto quello che succede nei quartieri alti, dentro la tua preziosissima testolina, prima o poi passa anche di qui e non di rado si spinge anche più in basso. Quindi, meno arroganza.
Cosa credi, quando fai l’amore lo vedo il trambusto di brividi e scintille che risalgono la corrente pronti a metterti in disordine il cervello.

Talvolta ti sorprendo a guardarmi. È cosa buona e giusta. Che importa se avvitata su te stessa ti perdi le cose che accadono intorno? Non pensare ai governi da sbarco e ai disperati nei porti. Io ti riporto dritta al punto. Un punto pieno e tondo. Il punto è che io sono il tuo Dio. Punto e basta.

Non affannarti, restiamo sul divano, vediamocela tra noi. Fatti un selfie che poi contiamo i like.

E ora che fai, scrivi?
Parli di me?
Ecco, brava. Così si ragiona.

Famiglie che esistono: una risposta al ministro Fontana

Famiglie che esistono: una risposta al ministro Fontana

Ci sono coppie in cui, per un’infallibile e misteriosa attrazione, lei transita puntualmente di fronte agli sportelli della cucina quando lui vorrebbe aprirli.

Altre in cui lui ha nascosto delle Pringles nel mobile all’ingresso, per mangiarle di nascosto mentre il compagno è a calcetto.

Alcune sorelle di sangue non si parlano da anni e non ricordano il perché.

Molti padri adottivi il martedì accompagnano il figlio a lezione di musica, ma non è il caso di generalizzare.

Talvolta i fratelli con madri diverse manifestano lo stesso robusto sdegno verso il lavaggio dei denti serale.

Certe bambine hanno due papà, ma solo uno che sa farle ridere di pancia.

Ci sono uomini emozionati che cambiano pannolini e donne stanche coi paracapezzoli.

C’è un dodicenne a cui piace indossare le scarpe della mamma.
C’è una cinquantenne che vorrebbe entrare nei vestiti della figlia.

Ci sono case in cui piove spesso e non si trovano tesori alla fine dell’arcobaleno.

E poi ci sono le famiglie che non esistono. Quelle perfette.

Le parole non sono

Le parole non sono immobili: rotolano sulle lingue, si impregnano del contesto su cui planano, cambiano colore. Le parole sono imprevedibili.

Le parole non sono vuote: nemmeno quelle apparecchiate per convenienza o improvvisate dentro un imbarazzo. Tutte dicono, anche ciò che dissimulano.

Le parole non sono limpide: le macchiamo con le nostre velleità, le usuriamo come bandiere lasciate troppo al sole. Ci arrivano distorte dal rumore di fondo del pregiudizio.

Le parole non sono deboli: “addio” inaugura distanze, “chissà” socchiude la speranza, “però” è un’inversione a u, “noi” avvicina o divide di netto.

Le parole non sono esclusive: lo diventano nelle teste, nei proclami, nei programmi. Vibrano quando appartengono a tutti, splendono se danzano sulla scena.