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In difesa della timidezza: perché schivo non vuol dire schifo

timido

“Ti saresti dovuta presentare qui da noi camminando sulle mani, come minimo”.

Avevo ventidue anni e quello era il primo colloquio di lavoro della mia vita. Mentre ascoltavo il mio interlocutore elencarmi le ti-giuro-spassosissime trovate degli altri candidati per farsi notare, sentivo il mio sogno di diventare pubblicitaria fare crick crack.
Sono uscita dall’agenzia appesantita, con addosso la sensazione vischiosa di essere poca cosa. Tiepida, trascurabile, quasi invisibile.

Ora che faccio la copywriter da dieci anni – ebbene sì: ha poi funzionato continuare a presentarmi alle selezioni sulle gambe un po’ traballanti, ma con le mani libere per sfogliare il portfolio – posso dire per esperienza che l’elogio della sfrontatezza sia uno dei topos più lisi della comunicazione commerciale.

Esci allo scoperto. Osa. Esprimi il tuo stile. Distinguiti.
Urge che il mondo sappia quanto sei raro e pazzerello. Quella non è un auto, è un mezzo per tracciare la tua strada. Questo non è un deodorante, è l’aria di chi sa cosa vuole. Qui c’è più di un abito, c’è un uomo che ha stoffa.
È assolutamente auspicabile diventare memorabile. Altrimenti, potrebbe accadere il peggio. Potresti sembrare normale.

In questa gara a strapparsi scampoli di riflettori, io mi muovo con circospezione.
All’orale di maturità ho ridefinito il concetto di secchezza delle fauci, la mia nozione di prossemica è riassumibile con stai nel tuo lasciami nel mio scordati un nostro, per indole entro nelle situazioni in punta di piedi, possibilmente incespicando. Sono una schiva che nel tempo ha addomesticato la sua natura. Per dire, oggi tengo presentazioni in pubblico senza sentire il bisogno di vomitare. Un trionfo.

Guardo mio figlio, che si cela agli occhi degli estranei e nicchia con lo sguardo basso se gli chiedono una canzoncina. Un bimbo solitamente curioso e loquace, canterino per tre quarti del tempo.
Lo osservo nei contesti nuovi, mentre studia i volti in silenzio, e tocca col piedino l’acqua valutando se buttarsi. Lo scruto e lo comprendo, perché sono stata come lui. E come lui, a volte mi nasconderei ancora volentieri dietro una gonnella, con un grugno che dice mollatemi, lasciatemi a riva.

“Adesso fa il timido, ma a casa è diverso!” mi affretto a giustificare.
Non sta bene sottrarsi alla danza sociale. Un bimbo dovrebbe dilettare i presenti.

Esci allo scoperto. Osa. Esprimi il tuo stile. Distinguiti.
Ce lo ripetono gli schermi, montando e moltiplicando i messaggi. Sui social la sintesi diventa “Rutta in faccia agli sconosciuti”, ma questa è un’altra storia ed è una storia che fa paura.

Quando abbiamo deciso che il riserbo fosse roba da perdenti?

Guardo mio figlio, che si cela agli occhi degli estranei e nicchia con lo sguardo basso se gli chiedono una canzoncina. Lo scruto, e so che quel suo negarsi gli costerà qualche preoccupazione, in futuro.

Pietrino mio, cercherò di ricordarmi che non c’è proprio niente da giustificare: tu non fai il timido, lo sei.
È bello che la tua voce cristallina sia un fatto prezioso. Mi piace che tu scelga a chi regalarti.

E se ti consiglieranno di camminare sulle mani, non ascoltarli. Rispondi che così non si va lontano.

Cose che ho imparato sull’età adulta

età adulta

Le tue occhiaie hanno un nome, un cognome, una ragione sociale e un indirizzo a cui spedire i tuoi insulti.

Tra le follie da fare una volta nella vita, includeresti uscire in inverno senza canottiera.

Hai una professione rispettabile e un mutuo, ti destreggi fieramente tra le responsabilità, paghi le tasse. Ma quando torni a casa dei tuoi genitori, la tua spina dorsale assume la consistenza dello squacquerone e ti lasci servire con manifesta indolenza, fermandoti a un passo dal chiedere la paghetta prima di congedarti.

Hai davvero capito chi sei. Il che è bellissimo, se sai come usarti.

Le amicizie sono poche, stupende, rotonde e consapevoli. Non devi fare colpo su nessuno e vivaddio non ci sono aspettative. Solo amore.

Sei maturata e lasci cadere tutto più facilmente. Anche la pelle, purtroppo.

Il climax delle tue paranoie idiote sulla bellezza fisica è coinciso con il climax della tua bellezza fisica. Ora lo sai.

Le hit latine passano da moderatamente tollerabili a lesive seguendo la tua curva di crescita.

Gli orgasmi sono una splendida certezza e uno dei motivi per cui ti faresti bella con la te diciottenne.

Quando senti dire “sodo” non pensi a un gluteo, ma all’uovo preferito da tuo figlio.

Il fatto che sia esistito un tempo in cui i dialoghi di Dawson’s Creek ti sono sembrati plausibili – o peggio godibili, è per te motivo di grande sconcerto*.

*Piccola parentesi finale: provate a riguardare adesso un episodio di Dawson’s Creek. L’ho fatto un paio di mesi fa per onorare il ventennale della serie ed è stato disarmante. Parlano tutti un sacco e con grande trasporto, perlopiù di questioni irrilevanti. E mentre cerchi a fatica di decifrare il perché di tanta verbosissima foga, la sceneggiatura ti regala vette di assurdità.
Tipo: in una delle prime puntate, Dawson fa prove di bacio in salotto, LIMONANDO UNA MASCHERA DI GOMMA con le fattezze di Joey Potter.  Potrebbe bastare. Ma no, davanti a lui c’è suo padre che lo istruisce dalla poltrona come un maestro Jedi, tronfio e soddisfatto. Potrebbe bastare. Ma no, nascosta dietro una piglia c’è Joey che li spia. Inorridita? Terrorizzata? A disagio? Macché: intenerita, come se avesse colto un cucciolo di labrador a frugare nel cesto della biancheria.
Roba che Lost in confronto è una docu-fiction.

Congresso Mondiale delle Famiglie: un programma possibile

Congresso Mondiale delle Famiglie

Si è aperto oggi a Verona il Congresso Mondiale delle Famiglie. Questo il programma della prima giornata, così come me lo sono immaginato. 

09:00
La difesa della vita
Dal concepimento alla sua fine naturale su un barcone.

10:30
Sesso, femminilità, infanzia
Ne parliamo con un consacrato, uomo, vecchio.

11:30
Sfruttamento della donna
C’è più gusto a casa o in ufficio?

12:00
Tavola rotonda
Con cavalieri, lance e tutto l’armamentario medievale.

13:00
Workshop con live cooking
5 ricette con la curcuma per sconfiggere i malanni stagionali e l’omosessualità.

14:30
I migliori ani
La dottoressa Silvana, massima esperta in materia, ci spiegherà come usare rettamente il nostro retto.

15:00
I diritti dei bambini
Tutelare i più piccoli, senza rinunciare a sfottere Greta Thunberg.

16:30
L’angolo del lettore
Reading dalla Trilogia del Gender e firma-copie con l’inventore della saga.

17:30
Ascesi e homeschooling 
Quando la via della conoscenza passa proprio accanto al tuo antibagno.

18:00
Santa Messa per la famiglia naturale
Con rito di scambio della pace tra le madri dei figli di Matteo Salvini.

C’era una donna: la storia che non vorrei ascoltare più

donna

Il giorno in cui uno sconosciuto ha allungato la sua ombra sopra di me, indossavo una gonna. Avevo otto anni e decisi che non ne avrei mai più messa una. Pantaloni a oltranza: questa la mia reazione, l’unica nel silenzio in cui mi sono trincerata per mesi dopo l’accaduto. Istinto di autoprotezione oppure tentativo di non provocare più uomini come quello?
Ero una bambina, e con quella risoluzione – abbandonata poi in un’estate di risate – lasciavo che i contorni tra le responsabilità sfumassero. Ero una bambina, e già mi trovavo a fare i conti con una vergogna incolpevole.

Facevo le medie, quando dalle auto signori di mezza età hanno cominciato a rivolgermi certe parole e smorfie. Erano segnali da un mondo che non conoscevo, una sguaiata violazione della distanza educativa tra adulti e ragazzini.

Negli anni ho sperimentato mani invadenti nella calca di bus e discoteche, battute svilenti, tentativi di farmi sentire vulnerabile unicamente perché sola, pedinamenti. Lo so, maschi perbene all’ascolto, avete già sentito questa storia di prevaricazione: ve l’hanno raccontata compagne, sorelle, amiche, madri. Portate pazienza ancora una volta, ché la banda Pillon è là fuori e tocca restare vigili.

Quando ho assolto la funzione di procreatrice e il mio corpo è diventato un totem di fertilità, la pubblicità mi ha dato in fretta un nuovo obiettivo: resettare.
Bello il pancione, bello il miracolo della vita che cresce, bello tutto. Ma adesso lasciati di nuovo desiderare.

“Tornerò come prima?” si chiedeva la modella incinta e bellissima sul manifesto di una crema antismagliature, mentre io spingevo la carrozzina, a pochi mesi dalla nascita dei miei figli. “Tra mille domande, una certezza”, le rispondeva con irritante baldanza lo slogan del prodotto.
No no e no, avrei ribattuto io di pancia, la mia neonata pancia zebrata. Non torneresti come prima nemmeno se recuperassi ogni centimetro del corpo che avevi, perché la tua identità ha abbracciato nuovi paradigmi. Il cambiamento non è un demerito, i segni non sono una colpa. Dannata crema antismagliature con oli essenziali d’inadeguatezza e profumo d’aspettativa.

Una sera di qualche tempo fa, mi sono trovata a discutere di disparità di genere col mio compagno. La sua tesi era che in Italia gli squilibri tra i sessi non fossero affatto gravi e che spesso noi donne vedessimo il male dove non c’è. Io, così implicata nel discorso, così certa della nostra cristallina condizione di svantaggio, mi sono sentita prima offesa poi confusa. Stavo esagerando?
Ho provato a parlargli di quello che sento e vedo: violenze, atteggiamenti predatori, stereotipi duri a morire. Del bagaglio di sottomissione che la Storia ci ha consegnato. Dei messaggi contrastanti che la società riserva alle sue figlie: siate ribelli ma adorabili, ambiziose ma deliziose, forti ma gestibili.
Per la prima volta, ho sentito una distanza di vissuti quasi incolmabile tra me e lui, alleato progressista e amorevole. Ed è stato emblematico.

Così, ho riletto la mia vita e indagato quel disagio tutto nostro di vivere in un Paese in cui ogni tre giorni avviene un femminicidio. E sono giunta alla conclusione – lapalissiana, per carità – che non sia vittimismo essere vittime, per la stessa logica per cui non è buonismo essere buoni. E che sarebbe bello se gli uomini rinunciassero a spiegarci come dovremmo reagire di fronte a ciò che ci preoccupa o ci addolora.

Matteo mi ha inviato un messaggio, poi: ci ho pensato su, ieri sera avevi ragione.
Potrei rovinare questo articolo con un luogo comune, e sottolineare quanto sia sexy un maschio che ammette di avere torto.

Invece faccio gli auguri a tutte le donne, perché la strada per il pieno rispetto è ancora lunga. E auguri agli uomini che tornano sui loro passi per provare a percorrerla con noi.

Marie Kondo secondo me: divagazioni di una disordinata

marie kondo

Amo l’ordine.
Lo amo come una ragazzina invaghita del più popolare del liceo: sedotta dal suo fascino, ma conscia che non sarà mai davvero alla mia portata. Per me, l’ordine è bello e impossibile.

Chissà da dove arriva la forza deviante che mi spingerebbe a lanciare verso l’ignoto i vestiti appena tolti?
Chissà per quale disagio ancestrale la valigia del weekend di Capodanno è ancora da disfare, colma di capi mai messi che vado a recuperare all’occorrenza?
Forse creare caos è un modo per sfiatare, per concedermi una ribellione dal mio perfezionismo titanico.
Jimi Hendrix bruciava le chitarre, io sparpaglio i calzini. Vai a sapere.

Negli anni ho imparato a blandire l’ordine per farmelo almeno amico, a rieducarmi. E siccome in me convivono una secchiona e una pigra, abito in una casa su due livelli in cui il piano terra è armonico e curato, quello superiore ospita accozzaglie di oggetti. Un’allegra casa bipolare.

Ultimamente ho pensato a tutto ciò per via dello show di Marie Kondo su Netflix. Ne ho visto una puntata, mi ha lasciata perplessa e sono andata a cercare recensioni a supporto del mio disappunto. Questa giapponese in miniatura ha accumulato una fortuna grazie al proposito nobile, ma piuttosto audace, di restituire felicità alla gente attraverso sacchi neri, scatole e tanta voglia di catalogare. Fa cose esotiche come ringraziare le stanze e salutare gli oggetti, e il pubblico occidentale apprezza.
Molte amiche mi hanno parlato con entusiasmo de “Il magico potere del riordino”. Io non l’ho mai letto perché, da madre, mi basta il senso d’inadeguatezza garantito da un’altra Maria: la Montessori – sempre sia lodata, eh, sia chiaro.

Da quanto si evince dal programma, uno dei concetti cardine del KonMari è: tieni solo le cose che “sprizzano gioia”, butta via tutto il resto.
Ok. Certo.
Facciamo una prova.

Occhiali a forma di cuore paillettati, ricordo di una nottata epica con le amiche.
Gioia.
Abito traslucido in materiale infiammabile, acquistato a Porta Palazzo per partecipare a un finto matrimonio in qualità di finta zia.
Gioia, gioia!
Il cane Poverino aka Il peluche più triste del mondo, regalatomi da mia madre durante la maturità, quando mi aggiravo disperata per casa mangiando Plasmon e ripetendo che l’esame sarebbe stato un fiasco per via dei BUCHI, abissali BUCHI nel programma che ero certa di avere.
Gioia incontenibile.

Insomma, la gioia non può essere un discrimine, almeno per me. Stilla quando meno te l’aspetti, solitamente dalle entità insulse. La felicità non risiede, che so, nella canotta della salute, nella pinzatrice, nello scolapasta: articoli smaccatamente utili e a basso impatto emotivo. Sta nei ninnoli, nei cimeli. Ovvero le cose che tendo ad accumulare in modo irragionevole.
Al quesito “Ti fa sorridere parecchio?”, credo sia preferibile un banale “Hai usato questo oggetto negli ultimi sei mesi, di grazia?”.
Probabilmente non colgo l’afflato spirituale del procedimento.

Il mio metodo è non avere metodo.
Ogni due anni proclamo giornate campali in cui rovisto, archivio e butto via convulsamente, facendo una fatica nera e maledicendomi per non essere stata in grado di lavorare al mantenimento.

Quest’estate ho sventrato il mio guardaroba e ne sono usciti altri quattordici, un campionario di orrori dei primi anni Duemila con cui ho ripercorso la mia parabola liceale. Dall’occupazione al veglione in svariati comodi look.
Sono riemersi tre, e dico tre di quei pantaloni larghi col cavallo basso e l’elastico sulla caviglia che andavano fortissimo intorno al 2004. Ho fatto un trasloco cinque anni fa, perché non me ne sono liberata? Pensavo di giocarmeli durante un party a tema Le mille e una notte?
Nelle vacanze di Natale è toccato alla cucina: ho trovato crodini scaduti dal 2015 e un set di coltelli da formaggio intonsi, scampati alla mia parentesi dairy free.

Sono grandi manovre strazianti e impegnative, che mi provano nel profondo.
Eppure c’è una punta di sordo piacere, in quel fastidio. Alla sera, sudata e tentata di buttarmi io stessa nel pattume, guardo gli scaffali snelli e godo fortissimo.
Bello, l’ordine. Maledizione.

Che il segreto della felicità di cui parla Marie Kondo sia tutto lì?
Che il magico potere del riordino dimori in quella sensazione di compiuto appagamento misto a stress post traumatico?

Ci penserò su stringendo Poverino il cane, seduta sulla mia valigia di Capodanno ancora da disfare.

Poesia da nulla

Poesia da nulla

Brindo ai bicchieri svuotati, ai silenzi intoccati, alle ore assonnate.
Canto alle voci che non spiegano niente,
al bianco del foglio, allo scopo sfuggente.
È colmo il mio cuore, l’agenda trabocca,
è piena la testa e ribolle.
Ridatemi il nulla.
Serve il vuoto, per tracciare nell’aria i tuffi più belli.

La mia storia di paura

Paura

La luce estiva si è assottigliata, fino a soccombere al morso delle porte scorrevoli con un “clank”. Mi sono ritrovata sola nell’ascensore chiuso, a guardare dal basso dei miei quattro anni la lunga fila di pulsanti, senza capire. Ed è allora che l’ho sentita per la prima volta. O almeno, la prima che ricordi. La Paura ha posato la sua mano pesante sul mio stomaco, bisbigliando: “Non uscirai mai di qui, non ne sei capace. Sei solo una bimba stupida che fa cose stupide”.
Ho urlato parecchio per non ascoltarla. Aveva ragione, la maledetta: avventurarsi in solitudine dentro uno spazio angusto non era stata un’idea luminosa.

Il mio piccolo dramma si è concluso dopo meno di un minuto, con l’intervento di una vicina di casa e la successiva dose di rassicurazioni miste a invettive miste a raccomandazioni miste a baci umidicci da parte di mia madre.
Ancora oggi non riesco a stare in ascensore da sola. La Paura è come il raggeaton: detestabile ma pervasiva.

Qualche anno dopo ho provato a sfidarla, sulla spinta della beota innocenza che condividevo con le amichette del cortile. Io e le mie compari salivamo sulle panchine in giardino per scavalcare con un salto le siepi di rovi, camminavamo lungo un parapetto a strapiombo sul piano interrato dei garage, ci lanciavamo coi pattini giù per le discese. Un profluvio di intelligenza e lividi. Allora, osavo guardare la Paura negli occhi.

Poi ho iniziato a soccombere, a lasciarle fare la splendida.
Al liceo sopportavo di essere bullizzata dalle mie stesse emozioni, fatto che, a ben vedere, faceva di me un’adolescente. Tutto mi rallentava, tutto mi condizionava. Quella è stata la Lunga Stagione del Condizionale.

Lui penserebbe che ho prenotato le fedi, il ristorante e una deliziosa orchestrina, se gli facessi uno squillo.
Le mie tette piccole sarebbero in mondovisione, se mettessi questa mia maglietta fina.
Farei cagare, se mi tingessi i capelli di prugna come il 50% delle mie coetanee.

Ho salutato la fine della maturità con alcune urgenze nitide nella mente: datemi un motivo per continuare a costruire, datemi ventimila mesi sabbatici, datemi l’oblio.
Invece mi è successo di proseguire gli studi, trovare un lavoro gratificante e innamorarmi di un uomo con cui ho poi effettivamente prenotato le fedi, il ristorante e una deliziosa orchestrina. Tra i 24 e i 30 anni è stata gioia strabordante.
La Paura, invincibile, si annidava negli angoli dei miei sorrisi e tra le increspature delle fossette, cercando di convincermi che forse era troppo, che non mi meritassi tanto, che magari poi sarebbe finita, chissà.

Ogni volta che nasce un bambino, nascono anche una madre e una simpatica cucciolata di paranoie. Quando è toccato a me, la gamma ha spaziato dall’angoscia per la vita dei miei figli – corroborata dai racconti che parevano perseguitarmi sui modi con cui un infante può farsi malissimo, all’ansia per il passato che non era più e per il futuro che non era ancora, al timore di non essere abbastanza felice o abbastanza materna o abbastanza grata o abbastanza sexy o abbastanza generosa o abbastanza punto.

Ho cominciato a odiarla, quella Paura, e odiandola le davo forza, spazio, occasioni.
Mi sembrava di essere tornata bimba dentro quell’ascensore: incastrata in una situazione più grande di me, incapace di leggere i segnali, spersa.

Così un giorno mi sono decisa. Ho fatto sedere la Paura accanto a me. Le ho offerto the e biscotti.
L’ho ringraziata per le volte in cui mi ha protetta – ché coi capelli prugna sarei stata davvero una merda.
Le ho ricordato quanto fosse importante.
L’ho persino abbracciata, lasciandomi andare ai ricordi.
Poi l’ho accompagnata alla porta, le ho dato una giacca per ripararsi dal freddo e le ho detto di farsi una vita.
Cortesemente, non la mia.

Le agenzie creative digitali spiegate con due mucche

Agenzie creative

COPYWRITER
Hai due mucche. Insegni loro a muggire con la giusta intenzione.

ART DIRECTOR
Hai due mucche. Le chiami Bold e Italic. Soffri quando si dispongono sul prato in modo casuale.

UX DESIGNER
Hai due mucche. Progetti per loro una stalla con vie d’uscita riconoscibili, colori che stimolano la produzione di latte e materiali soft touch. Ti arrabbi quando durante i test ruminano imperturbabili, senza apprezzare il prototipo.

PROJECT MANAGER
Hai due mucche. Organizzi turni di ruminamento, pascolo e mungitura. Razioni il fieno per ottimizzare il C su R. Se sfori il budget, ne mandi una al macello.

DEVELOPER
Hai due mucche. Sviluppi iMuc, un plugin per aumentare la produzione di latte. Poi comprendi dai loro occhi spenti che non sono abbastanza evolute per supportarlo.

STAGISTA ART
Hai due mucche. Cerchi di prenderle col lazo di Photoshop.

SOCIAL MEDIA MANAGER
Hai due mucche. Apri loro un profilo Instagram e le fai diventare influencer. Gli animalisti si indignano perché le sfrutti, le pancine si indignano perché non le mungi a richiesta, le femministe si indignano per la sovraesposizione delle mammelle. È un successo.

 

 

P. S. Lo so, il format delle due mucche era tornato virale due settimane fa. Lo so, due settimane online valgono come un anno nella vita vera. Ma oltre a un lavoro da copywriter, ho due gemelli imbizzarriti che non posso chiudere in una stalla. Vivo in costante ritardo.

La difesa dell’arazzo: considerazioni a pelle sull’intolleranza

pelle

Quando qualcosa mi agita, mi faccio paonazza. Ho la pelle traditrice, ho la pelle spia, si accende e rivela l’imbarazzo. Non lampeggia, ma poco ci manca.

D’inverno il mio colorito è grigio spento, ma a rendermi davvero irresistibile è il naso rosso ciliegia. Il freddo mi fa hot.

Al mare divento di miele. Posso stare anche quindici giorni sotto il sole: una volta raggiunto il pantone Winnie Pooh, smetto di crederci. Soffro di abbronzatura pigra.

Ho una voglia beige in fondo alla schiena e una macchia color fragola dietro il collo, marchio di fabbrica delle donne di famiglia.

Sotto gli occhi vanto occhiaie in vero cobalto, ricoperte da un sottile strato di cerone.
Sul braccio un rettangolo marrone, ricordo di una bruciatura.
Sulle gambe, un leggero reticolo di capillari rosa.

Questa storia che avrei la pelle bianca, dunque, è una fake news.
E voi, gloriosi sovrani in felpa, guardiani della mensa scolastica, voi che la domenica andate per ronde e poi pestate sulla tastiera per coprire il rimbombo del nulla, voi, dico, questa storia la usate per tracciare una distanza intimidatoria tra me e chi vi fa tanto comodo odiare.

Siamo un intrico di sfumature, un intreccio di trame che ci tengono insieme. C’è del nero, lo vedo, ma è il vostro fascismo che torna.

Il mondo è un arazzo.
Ci starebbe una rima per voi, ma la passo.

L’atresia esofagea, mio figlio e quel pezzo mancante

Atresia esofagea

“Raramente ho visto un feto con un pene così lungo”.

Il mio ginecologo, un attempato e stimabile professore, era sinceramente sorpreso. Ravanava con la sonda dell’ecografo sul mio pancione, scuotendo la testa incredulo come un ornitologo di fronte a un uccello raro.
Insistette addirittura per stampare un’immagine: quella sera tornammo a casa col proto-pisello di Pietro immortalato in tutta la sua esuberanza. Attaccammo la foto al frigo, in attesa di poterci complimentare col nostro erede.
Per tutto il resto della gravidanza, la dotazione del gemello maschio fu oggetto di freddure raffinate, tra noi e con gli amici.

In sala parto, scoprimmo però che l’attributo più raro di nostro figlio non era tra le sue gambe. Pietro nacque con l’esofago corto e staccato dallo stomaco, che comunicava con la trachea attraverso un moncone residuale. Atresia esofagea: questo il verdetto. Una malformazione non rilevabile durante gli esami prenatali.
Quel minuscolo sconosciuto che amavo di un amore senza ricordi, un amore embrionale fatto solo di promesse, era malato e io ero paralizzata. Avevo paura per la sua e per la MIA vita.

Che ne sarà di lui?
Sopravviverà all’intervento?
Riuscirà mai a mangiare come gli altri?
E se poi dovremo nutrirlo col sondino?
Smetteremo per sempre di essere felici?
Cosa ci sta per succedere?
Dio-mio-cosa-ci-sta-per-succedere?

L’infermità, l’organismo che devia e disobbedisce, è perdita di controllo, è attesa febbrile e dolorosa di esiti, pareri, notizie. Comporta l’intimità forzata con persone alle prese con brutti fantasmi, alcuni più terrificanti dei tuoi. È una circostanza triste.
Interviene allora la narrazione: narrando addosso alle nostre sfortune diamo loro un senso, narrando proviamo a salvarci.

Nostro figlio venne al mondo con un pezzo mancante e questo fu il pretesto per sorridere, di tanto in tanto, di quel pene cresciuto a discapito dell’esofago. Ci dicevamo che durante la gestazione qualcosa doveva essere andato storto nella fornitura delle tubature.
La tracheomalacia lo faceva respirare rumorosamente e il suo “ARRR” divenne per noi l’intercalare di un lupo di mare. Quel neonato era un ruvido pirata giunto da altri mondi con un bagaglio di storie e cicatrici.
Con Matteo ci scambiavamo battute irripetibili e io alternavo risatine alla più sfrenata autocommiserazione. Abbiamo cantato “ll piccolo Pietrino ha un buco nell’esofago” sulle note di “La macchina del capo ha un buco nella gomma”, con le lacrime agli occhi.
Per noi ha funzionato così.

La gente mi diceva “Andrà tutto bene” e io trattenevo il fastidio. Non so come andrà, non lo sanno i dottori, di certo non lo sai tu. Se vuoi starmi vicino, siediti e aspetta con me.
Dopo, solo dopo – parlo di un anno o più, quando le incombenze mediche si sono diradate e l’urgenza di performare è scemata, ho avuto modo di riflettere davvero sulla ricchezza scaturita da quella e da altre esperienze provanti. Pensieri sfaccettati, contrapposti a sinceri “mobbasta però”.

Incollata al frigorifero, resta quell’ecografia. A volte guardarla mi fa sorridere, altre mi rende malinconica. Penso che la vita assomigli a quell’immagine: le cose importanti si lasciano decifrare col tempo, le cazzate si vedono benissimo.

 

 

P.S. Nel caso ve lo domandaste: no, Pietro alla fine non è superdotato. Però ha una risata con tutti gli attributi. Gliel’hanno regalata i chirurghi del Regina Margherita di Torino, ai quali saremo eternamente grati.