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Virus, bolle e sciami: riflessioni ai margini dell’emergenza

virus

Lo scorso 25 novembre ho subito un intervento chirurgico. Nulla di grave, ma la natura dell’operazione mi ha costretta a un periodo di riposo, lontana da sforzi inutili e sollecitazioni eccessive. Ovvero a 240 km dai miei figli.

Stanziata nei pressi di un ospedale lombardo, ho trascorso il primo periodo di convalescenza sepolta sotto un piumone, una massa immobile intorno a cui orbitava senza sosta mia madre. Non avevo voglia di scrivere né di leggere, e un numero di Vanity Fair mi appariva approcciabile quanto un manuale di fisica teorica.

Talvolta il tempo si faceva colloso. Succedeva quando incontravo un intoppo nelle tre azioni base della mia routine: fare la pappa, fare la nanna, fare la cacca. Così è, se sei ferita e il tuo solo compito è rimarginare.

In piena regressione e senza l’appiglio di Netflix, per due settimane mi sono nutrita di proteine, frutta e TV generalista, che ingurgitavo con vastissima indolenza dopo anni di digiuno. E, sorpresa: i canali in chiaro erano pressappoco come li avevo lasciati.

Alessandro Borghese nei ristoranti. Alessandro Borghese nei cooking show. Alessandro Borghese nei ristoranti. Gerry Scotti nei quiz. Sallusti nei salotti. Coppie etero innamorate nei film natalizi. Malattie imbarazzanti. Assassini inquietanti. Soubrette. Una promo di “La pupa e il secchione”. – LA PUPA E IL SECCHIONE? Ma veramente? Devo controllare sulla Smemo se domani interroga di mate?
Alessandro Borghese nei ristoranti.
Di tanto in tanto, nelle interviste della Bignardi scorgevo un presente in cui potevo riconoscermi. – Ok, in studio c’è Carolina Crescentini che parla di Motta. È il 2019 e siamo in Italia.

A ripensarci adesso, quello stallo forzato mi appare come un assaggio di questi tempi di attese, in cui ci ritroviamo piccoli, infastiditi e al contempo dipendenti da prescrizioni che limitano i nostri corpi.
E mi ha rivelato qualcosa di questo Paese, delle velocità sfasate con cui si muovono i media e le generazioni. Ogni “bolla” ha le sue narrazioni, ogni sciame segue le proprie traiettorie su canali e ritmi suoi.

Questo virus non lo padroneggia nessuno ma riguarda tutti, è un fenomeno oscuro e collettivo. Ne parliamo e parlandone ci illudiamo di renderlo più intelligibile.
Lo sfasamento tra le voci si è fatto stridore insopportabile: TV e giornali vendono terrore, gli sciami rispondono completamente dissociati. Chi minimizza, chi accatasta viveri, chi questiona sui numeri, chi addita colpevoli occulti, chi domanda OK MA PERCHÉ NON PARLATE DEL CLIMA (come se non fosse possibile assistere a più di una crisi globale nello stesso momento, ahinoi).

Non sappiamo quanto durerà e c’è da chiedersi se nel frattempo smetteremo di ronzare convulsamente per comportarci come una comunità.
Qual è l’alternativa? Organizzare festosi assembramenti al grido di “l’Italia non si ferma”, perché tanto “muoiono solo gli anziani e le persone con patologie”? Non so voi, ma conosco esseri umani acciaccati piuttosto amabili, voglio fare la mia parte per proteggerli e difendere la tenuta del nostro SSN.

E ora scusatemi, ma ho passato la settimana in tuta, in smart working, coi bambini a casa da scuola, il mollettone nei capelli e la certezza che il corriere abbia manomesso lo scatolone per rubare l’Amuchina ordinata quando ancora non costava come un siero Estée Lauder – storia vera.

Mi attacco a Netflix, come vuole la mia bolla.

Avevo un sogno piccolo

Avevo un sogno piccolo. Era entusiasta, elettrico. Gli ripetevo “Hai tempo. Calmati!”. Ma scalpitava perché voleva realizzarsi.

Avevo un sogno piccolo che mi faceva ridere, e mentre sghignazzavo non lo lasciavo crescere.
A prenderli sul serio, i sogni, poi rischi di deluderli. Così ho lasciato perdere.

Avevo un sogno piccolo, un “io-vorrei” minuscolo, di quelli che non stai nemmeno a raccontare, un sogno che puoi rimandare.

L’avevo e poi l’ho perso. Sgusciato dalla borsa. Forse sfuggito dall’agenda gonfia. Smarrito nel tragitto tra lavoro e casa. Evaporato in coda in autostrada.

L’ho perso e mi mancava il tempo per sentire che mancava, un sogno trasparente ma importante che manco io sapevo fosse aria.

È ritornato poi, incazzato nero. Chiedeva senza posa “e tu dov’eri?”. Io lo guardavo e mi riconoscevo, come in un vecchio scatto del liceo.

Avevo un sogno piccolo, ma poi s’è fatto grande. E adesso che è cresciuto, non mi conviene ridere. Tocca ascoltarlo bene e tirarmi su le maniche.

Caro Google ti scrivo, così mi distruggo un po’

Google

Ok Google, come faccio a diventare una persona migliore? Sul serio, Google, ascolta.
Sono spersa, vivo cercando costantemente qualcosa. E come me tanti altri, Google. Siamo millennial: nel tempo in cui i jeans a vita alta sono diventati cool, da sfigati e poi di nuovo cool, per noi il termine “ricerca” ha stravolto completamente il suo significato. L’attimo prima eravamo in biblioteca a trascrivere con la bic un capitolo sull’allevamento ovino in Molise, quello successivo eccoti: un seducente campo aperto a cui domandare potenzialmente ogni cosa. E senza fatica.

Quando, quattro anni fa, io e Matteo abbiamo iniziato a immaginare di avere un bambino, un pomeriggio mi sono seduta al computer e ho digitato la chiave: “pentirsi di avere figli”.
L’ho fatto davvero, Google.
Come se il significato di una rivoluzione esistenziale così radicale potesse nascondersi su panzaegravidanza.it.
Come se la risposta alle mie paure potesse celarsi nei commenti di Forumina84, scossa per aver rifilato l’ennesimo lavaggio nasale al suo erede.
Quel giorno ho scoperto che sì, c’è chi si rammarica di avere procreato, e che una sociologa israeliana ha persino scritto un libro in merito.
Insomma, io mi avvicinavo timorosa all’idea di un bimbo, tu mi illustravi diligentemente perché desistere e scappare lontanissimo.

Non so più stare sola coi miei dubbi, Google. Non c’è mai silenzio. Le preoccupazioni leggere che mi attraversano come nuvole, possono facilmente diventare temporali.
E il punto non è quasi mai quanto i tuoi responsi siano attendibili, ma quanto risuonino con me.
Se ho bisogno di darmi delle pacche sulle spalle, tu supporti la mia tesi del momento. Se qualcosa mi rende ansiosa, tu fornisci un ventaglio di ottime ragioni per continuare a esserlo.

Vivere le domande ora – farle decantare, maturare – non è più un’opzione. Le questioni vengono indirizzate lì per lì, così come arrivano, senza uno straccio di selezione: da “durata yogurt aperto” a “sintomi epatite”. Pronti, partenza, disagio.

Aiutami, Google. Io non sono semplicemente una millennial: sono una madre millennial – sì, ho concepito, alla faccia della sociologa israeliana e del suo libro.
La nostra è tra le specie digitali più inquiete e voraci. Non ci bastano i consigli di riviste, manuali, pediatri, nonne, amiche, psicologi, ostetriche, doule, guru dell’allattamento, counselor, portatrici, astrologi, santoni, esorcisti. No: noi nel dubbio googliamo per un secondo parere.
Questa storia del genitore consapevole ci è sfuggita di mano e la maternità somiglia sempre più a un protocollo di do’s and don’ts.
Io mi mantengo a distanza dal branco, evito le conversazioni online, simulo superiorità. Talvolta però mi assale una furia malsana e leggo, leggo, leggo: dalla rubrica del pedagogista al post della tronista.

Per dire, prima di iscrivere i miei gemelli alla scuola dell’infanzia ho analizzato l’offerta formativa per la fascia 3-6 nell’intero sistema solare, scandagliando il web con la perizia di un cercatore di tartufi. Nessuna opzione è stata trascurata. La sperimentale nel bosco dove i fanciulli intagliano ceppi e suonano l’oboe a trentasei mesi. La montessoriana tutta legno e tinte pastello, ottima per l’autonomia delle creature e pure per Pinterest. La trilingue con i laboratori pomeridiani propedeutici all’università. Una stava a Roma, una a Milano, l’altra a New York. E io che vivo in provincia, stavo una merda. Salvo poi scoprire che la statale a due minuti da casa ha un giardino bellissimo e maestre adorabili. E che i miei treenni erano pronti ad accogliere il cambiamento con serafica condiscendenza, a differenza di me.

Se però le angosce sono di quelle ingombranti e dolorose, mi guardo bene dal coinvolgerti. Quando ho saputo che il mio Pietrino aveva una malformazione congenita (qui la sua storia), ho evitato accuratamente di rovistare online. Qualsiasi pronostico mi avrebbe atterrita. Meglio ascoltare i medici e fare alla vecchia maniera: aspettare che le cose accadessero, senza provare a leggere il futuro in rete.

E forse è proprio questo il succo. Io rivoglio la quiete. Il mistero. L’attesa.
Non offenderti Google, ma ambisco a convivere con l’irrisolto.

Pertanto, da bravo, adesso fai una cosa per me. Cerca: “come smettere di cercare su Google”.

Non restiamo umani, facciamo di meglio

restiamo umani

Umano è l’errore, la paura che strizza le viscere, il dolore che spezza.
Umano è l’orizzonte minuto, il piccolo rancore che monta e fa schiuma, la pancia trafitta da brama e da fame.

Il sangue, è umano. La merda, la bava, il livore.

“Restiamo umani”, dicono, ma raramente siamo stati più umani di ora. Le senti la puzza di umori e la rumorosa accozzaglia di espressioni istintuali?

“Restiamo umani” è lo slogan, ma “restare”, così, è un verbo fiacco: che ce ne facciamo di un’azione che non sposta le cose, di un invito alla stasi?

Non restiamo umani, per carità, facciamo di meglio. Cambiamo, umani. Voliamo, umani.
Come bambini che vogliono tutto, ma imparano a spartire la vita.

 

 

Nota: so bene che il primo a scrivere “restiamo umani” fu Vittorio Arrigoni. Uno che a quelle parole ha provato a dare autenticità e vita. Non bastano gli hashtag per elevarci dal fango e a volte fingo di dimenticarlo, sentendomi nei Giusti tra quelli seduti dietro a uno schermo. Questo il senso della mia riflessione. 

In difesa della timidezza: perché schivo non vuol dire schifo

timido

“Ti saresti dovuta presentare qui da noi camminando sulle mani, come minimo”.

Avevo ventidue anni e quello era il primo colloquio di lavoro della mia vita. Mentre ascoltavo il mio interlocutore elencarmi le ti-giuro-spassosissime trovate degli altri candidati per farsi notare, sentivo il mio sogno di diventare pubblicitaria fare crick crack.
Sono uscita dall’agenzia appesantita, con addosso la sensazione vischiosa di essere poca cosa. Tiepida, trascurabile, quasi invisibile.

Ora che faccio la copywriter da dieci anni – ebbene sì: ha poi funzionato continuare a presentarmi alle selezioni sulle gambe un po’ traballanti, ma con le mani libere per sfogliare il portfolio – posso dire per esperienza che l’elogio della sfrontatezza sia uno dei topos più lisi della comunicazione commerciale.

Esci allo scoperto. Osa. Esprimi il tuo stile. Distinguiti.
Urge che il mondo sappia quanto sei raro e pazzerello. Quella non è un auto, è un mezzo per tracciare la tua strada. Questo non è un deodorante, è l’aria di chi sa cosa vuole. Qui c’è più di un abito, c’è un uomo che ha stoffa.
È assolutamente auspicabile diventare memorabile. Altrimenti, potrebbe accadere il peggio. Potresti sembrare normale.

In questa gara a strapparsi scampoli di riflettori, io mi muovo con circospezione.
All’orale di maturità ho ridefinito il concetto di secchezza delle fauci, la mia nozione di prossemica è riassumibile con stai nel tuo lasciami nel mio scordati un nostro, per indole entro nelle situazioni in punta di piedi, possibilmente incespicando. Sono una schiva che nel tempo ha addomesticato la sua natura. Per dire, oggi tengo presentazioni in pubblico senza sentire il bisogno di vomitare. Un trionfo.

Guardo mio figlio, che si cela agli occhi degli estranei e nicchia con lo sguardo basso se gli chiedono una canzoncina. Un bimbo solitamente curioso e loquace, canterino per tre quarti del tempo.
Lo osservo nei contesti nuovi, mentre studia i volti in silenzio, e tocca col piedino l’acqua valutando se buttarsi. Lo scruto e lo comprendo, perché sono stata come lui. E come lui, a volte mi nasconderei ancora volentieri dietro una gonnella, con un grugno che dice mollatemi, lasciatemi a riva.

“Adesso fa il timido, ma a casa è diverso!” mi affretto a giustificare.
Non sta bene sottrarsi alla danza sociale. Un bimbo dovrebbe dilettare i presenti.

Esci allo scoperto. Osa. Esprimi il tuo stile. Distinguiti.
Ce lo ripetono gli schermi, montando e moltiplicando i messaggi. Sui social la sintesi diventa “Rutta in faccia agli sconosciuti”, ma questa è un’altra storia ed è una storia che fa paura.

Quando abbiamo deciso che il riserbo fosse roba da perdenti?

Guardo mio figlio, che si cela agli occhi degli estranei e nicchia con lo sguardo basso se gli chiedono una canzoncina. Lo scruto, e so che quel suo negarsi gli costerà qualche preoccupazione, in futuro.

Pietrino mio, cercherò di ricordarmi che non c’è proprio niente da giustificare: tu non fai il timido, lo sei.
È bello che la tua voce cristallina sia un fatto prezioso. Mi piace che tu scelga a chi regalarti.

E se ti consiglieranno di camminare sulle mani, non ascoltarli. Rispondi che così non si va lontano.

Cose che ho imparato sull’età adulta

età adulta

Le tue occhiaie hanno un nome, un cognome, una ragione sociale e un indirizzo a cui spedire i tuoi insulti.

Tra le follie da fare una volta nella vita, includeresti uscire in inverno senza canottiera.

Hai una professione rispettabile e un mutuo, ti destreggi fieramente tra le responsabilità, paghi le tasse. Ma quando torni a casa dei tuoi genitori, la tua spina dorsale assume la consistenza dello squacquerone e ti lasci servire con manifesta indolenza, fermandoti a un passo dal chiedere la paghetta prima di congedarti.

Hai davvero capito chi sei. Il che è bellissimo, se sai come usarti.

Le amicizie sono poche, stupende, rotonde e consapevoli. Non devi fare colpo su nessuno e vivaddio non ci sono aspettative. Solo amore.

Sei maturata e lasci cadere tutto più facilmente. Anche la pelle, purtroppo.

Il climax delle tue paranoie idiote sulla bellezza fisica è coinciso con il climax della tua bellezza fisica. Ora lo sai.

Le hit latine passano da moderatamente tollerabili a lesive seguendo la tua curva di crescita.

Gli orgasmi sono una splendida certezza e uno dei motivi per cui ti faresti bella con la te diciottenne.

Quando senti dire “sodo” non pensi a un gluteo, ma all’uovo preferito da tuo figlio.

Il fatto che sia esistito un tempo in cui i dialoghi di Dawson’s Creek ti sono sembrati plausibili – o peggio godibili, è per te motivo di grande sconcerto*.

*Piccola parentesi finale: provate a riguardare adesso un episodio di Dawson’s Creek. L’ho fatto un paio di mesi fa per onorare il ventennale della serie ed è stato disarmante. Parlano tutti un sacco e con grande trasporto, perlopiù di questioni irrilevanti. E mentre cerchi a fatica di decifrare il perché di tanta verbosissima foga, la sceneggiatura ti regala vette di assurdità.
Tipo: in una delle prime puntate, Dawson fa prove di bacio in salotto, LIMONANDO UNA MASCHERA DI GOMMA con le fattezze di Joey Potter.  Potrebbe bastare. Ma no, davanti a lui c’è suo padre che lo istruisce dalla poltrona come un maestro Jedi, tronfio e soddisfatto. Potrebbe bastare. Ma no, nascosta dietro una piglia c’è Joey che li spia. Inorridita? Terrorizzata? A disagio? Macché: intenerita, come se avesse colto un cucciolo di labrador a frugare nel cesto della biancheria.
Roba che Lost in confronto è una docu-fiction.

Congresso Mondiale delle Famiglie: un programma possibile

Congresso Mondiale delle Famiglie

Si è aperto oggi a Verona il Congresso Mondiale delle Famiglie. Questo il programma della prima giornata, così come me lo sono immaginato. 

09:00
La difesa della vita
Dal concepimento alla sua fine naturale su un barcone.

10:30
Sesso, femminilità, infanzia
Ne parliamo con un consacrato, uomo, vecchio.

11:30
Sfruttamento della donna
C’è più gusto a casa o in ufficio?

12:00
Tavola rotonda
Con cavalieri, lance e tutto l’armamentario medievale.

13:00
Workshop con live cooking
5 ricette con la curcuma per sconfiggere i malanni stagionali e l’omosessualità.

14:30
I migliori ani
La dottoressa Silvana, massima esperta in materia, ci spiegherà come usare rettamente il nostro retto.

15:00
I diritti dei bambini
Tutelare i più piccoli, senza rinunciare a sfottere Greta Thunberg.

16:30
L’angolo del lettore
Reading dalla Trilogia del Gender e firma-copie con l’inventore della saga.

17:30
Ascesi e homeschooling 
Quando la via della conoscenza passa proprio accanto al tuo antibagno.

18:00
Santa Messa per la famiglia naturale
Con rito di scambio della pace tra le madri dei figli di Matteo Salvini.

C’era una donna: la storia che non vorrei ascoltare più

donna

Il giorno in cui uno sconosciuto ha allungato la sua ombra sopra di me, indossavo una gonna. Avevo otto anni e decisi che non ne avrei mai più messa una. Pantaloni a oltranza: questa la mia reazione, l’unica nel silenzio in cui mi sono trincerata per mesi dopo l’accaduto. Istinto di autoprotezione oppure tentativo di non provocare più uomini come quello?
Ero una bambina, e con quella risoluzione – abbandonata poi in un’estate di risate – lasciavo che i contorni tra le responsabilità sfumassero. Ero una bambina, e già mi trovavo a fare i conti con una vergogna incolpevole.

Facevo le medie, quando dalle auto signori di mezza età hanno cominciato a rivolgermi certe parole e smorfie. Erano segnali da un mondo che non conoscevo, una sguaiata violazione della distanza educativa tra adulti e ragazzini.

Negli anni ho sperimentato mani invadenti nella calca di bus e discoteche, battute svilenti, tentativi di farmi sentire vulnerabile unicamente perché sola, pedinamenti. Lo so, maschi perbene all’ascolto, avete già sentito questa storia di prevaricazione: ve l’hanno raccontata compagne, sorelle, amiche, madri. Portate pazienza ancora una volta, ché la banda Pillon è là fuori e tocca restare vigili.

Quando ho assolto la funzione di procreatrice e il mio corpo è diventato un totem di fertilità, la pubblicità mi ha dato in fretta un nuovo obiettivo: resettare.
Bello il pancione, bello il miracolo della vita che cresce, bello tutto. Ma adesso lasciati di nuovo desiderare.

“Tornerò come prima?” si chiedeva la modella incinta e bellissima sul manifesto di una crema antismagliature, mentre io spingevo la carrozzina, a pochi mesi dalla nascita dei miei figli. “Tra mille domande, una certezza”, le rispondeva con irritante baldanza lo slogan del prodotto.
No no e no, avrei ribattuto io di pancia, la mia neonata pancia zebrata. Non torneresti come prima nemmeno se recuperassi ogni centimetro del corpo che avevi, perché la tua identità ha abbracciato nuovi paradigmi. Il cambiamento non è un demerito, i segni non sono una colpa. Dannata crema antismagliature con oli essenziali d’inadeguatezza e profumo d’aspettativa.

Una sera di qualche tempo fa, mi sono trovata a discutere di disparità di genere col mio compagno. La sua tesi era che in Italia gli squilibri tra i sessi non fossero affatto gravi e che spesso noi donne vedessimo il male dove non c’è. Io, così implicata nel discorso, così certa della nostra cristallina condizione di svantaggio, mi sono sentita prima offesa poi confusa. Stavo esagerando?
Ho provato a parlargli di quello che sento e vedo: violenze, atteggiamenti predatori, stereotipi duri a morire. Del bagaglio di sottomissione che la Storia ci ha consegnato. Dei messaggi contrastanti che la società riserva alle sue figlie: siate ribelli ma adorabili, ambiziose ma deliziose, forti ma gestibili.
Per la prima volta, ho sentito una distanza di vissuti quasi incolmabile tra me e lui, alleato progressista e amorevole. Ed è stato emblematico.

Così, ho riletto la mia vita e indagato quel disagio tutto nostro di vivere in un Paese in cui ogni tre giorni avviene un femminicidio. E sono giunta alla conclusione – lapalissiana, per carità – che non sia vittimismo essere vittime, per la stessa logica per cui non è buonismo essere buoni. E che sarebbe bello se gli uomini rinunciassero a spiegarci come dovremmo reagire di fronte a ciò che ci preoccupa o ci addolora.

Matteo mi ha inviato un messaggio, poi: ci ho pensato su, ieri sera avevi ragione.
Potrei rovinare questo articolo con un luogo comune, e sottolineare quanto sia sexy un maschio che ammette di avere torto.

Invece faccio gli auguri a tutte le donne, perché la strada per il pieno rispetto è ancora lunga. E auguri agli uomini che tornano sui loro passi per provare a percorrerla con noi.

Marie Kondo secondo me: divagazioni di una disordinata

marie kondo

Amo l’ordine.
Lo amo come una ragazzina invaghita del più popolare del liceo: sedotta dal suo fascino, ma conscia che non sarà mai davvero alla mia portata. Per me, l’ordine è bello e impossibile.

Chissà da dove arriva la forza deviante che mi spingerebbe a lanciare verso l’ignoto i vestiti appena tolti?
Chissà per quale disagio ancestrale la valigia del weekend di Capodanno è ancora da disfare, colma di capi mai messi che vado a recuperare all’occorrenza?
Forse creare caos è un modo per sfiatare, per concedermi una ribellione dal mio perfezionismo titanico.
Jimi Hendrix bruciava le chitarre, io sparpaglio i calzini. Vai a sapere.

Negli anni ho imparato a blandire l’ordine per farmelo almeno amico, a rieducarmi. E siccome in me convivono una secchiona e una pigra, abito in una casa su due livelli in cui il piano terra è armonico e curato, quello superiore ospita accozzaglie di oggetti. Un’allegra casa bipolare.

Ultimamente ho pensato a tutto ciò per via dello show di Marie Kondo su Netflix. Ne ho visto una puntata, mi ha lasciata perplessa e sono andata a cercare recensioni a supporto del mio disappunto. Questa giapponese in miniatura ha accumulato una fortuna grazie al proposito nobile, ma piuttosto audace, di restituire felicità alla gente attraverso sacchi neri, scatole e tanta voglia di catalogare. Fa cose esotiche come ringraziare le stanze e salutare gli oggetti, e il pubblico occidentale apprezza.
Molte amiche mi hanno parlato con entusiasmo de “Il magico potere del riordino”. Io non l’ho mai letto perché, da madre, mi basta il senso d’inadeguatezza garantito da un’altra Maria: la Montessori – sempre sia lodata, eh, sia chiaro.

Da quanto si evince dal programma, uno dei concetti cardine del KonMari è: tieni solo le cose che “sprizzano gioia”, butta via tutto il resto.
Ok. Certo.
Facciamo una prova.

Occhiali a forma di cuore paillettati, ricordo di una nottata epica con le amiche.
Gioia.
Abito traslucido in materiale infiammabile, acquistato a Porta Palazzo per partecipare a un finto matrimonio in qualità di finta zia.
Gioia, gioia!
Il cane Poverino aka Il peluche più triste del mondo, regalatomi da mia madre durante la maturità, quando mi aggiravo disperata per casa mangiando Plasmon e ripetendo che l’esame sarebbe stato un fiasco per via dei BUCHI, abissali BUCHI nel programma che ero certa di avere.
Gioia incontenibile.

Insomma, la gioia non può essere un discrimine, almeno per me. Stilla quando meno te l’aspetti, solitamente dalle entità insulse. La felicità non risiede, che so, nella canotta della salute, nella pinzatrice, nello scolapasta: articoli smaccatamente utili e a basso impatto emotivo. Sta nei ninnoli, nei cimeli. Ovvero le cose che tendo ad accumulare in modo irragionevole.
Al quesito “Ti fa sorridere parecchio?”, credo sia preferibile un banale “Hai usato questo oggetto negli ultimi sei mesi, di grazia?”.
Probabilmente non colgo l’afflato spirituale del procedimento.

Il mio metodo è non avere metodo.
Ogni due anni proclamo giornate campali in cui rovisto, archivio e butto via convulsamente, facendo una fatica nera e maledicendomi per non essere stata in grado di lavorare al mantenimento.

Quest’estate ho sventrato il mio guardaroba e ne sono usciti altri quattordici, un campionario di orrori dei primi anni Duemila con cui ho ripercorso la mia parabola liceale. Dall’occupazione al veglione in svariati comodi look.
Sono riemersi tre, e dico tre di quei pantaloni larghi col cavallo basso e l’elastico sulla caviglia che andavano fortissimo intorno al 2004. Ho fatto un trasloco cinque anni fa, perché non me ne sono liberata? Pensavo di giocarmeli durante un party a tema Le mille e una notte?
Nelle vacanze di Natale è toccato alla cucina: ho trovato crodini scaduti dal 2015 e un set di coltelli da formaggio intonsi, scampati alla mia parentesi dairy free.

Sono grandi manovre strazianti e impegnative, che mi provano nel profondo.
Eppure c’è una punta di sordo piacere, in quel fastidio. Alla sera, sudata e tentata di buttarmi io stessa nel pattume, guardo gli scaffali snelli e godo fortissimo.
Bello, l’ordine. Maledizione.

Che il segreto della felicità di cui parla Marie Kondo sia tutto lì?
Che il magico potere del riordino dimori in quella sensazione di compiuto appagamento misto a stress post traumatico?

Ci penserò su stringendo Poverino il cane, seduta sulla mia valigia di Capodanno ancora da disfare.

Poesia da nulla

Poesia da nulla

Brindo ai bicchieri svuotati, ai silenzi intoccati, alle ore assonnate.
Canto alle voci che non spiegano niente,
al bianco del foglio, allo scopo sfuggente.
È colmo il mio cuore, l’agenda trabocca,
è piena la testa e ribolle.
Ridatemi il nulla.
Serve il vuoto, per tracciare nell’aria i tuffi più belli.