Authorlabellaelabozza

Filastrocca della mascherina

Cos’hanno in comune Geco, Gufetta
e Gattoboy fermo nell’ombra che aspetta?
Te lo dico io: si son mascherati
per celarsi allo sguardo dei nemici giurati.

E se ti dicessi che anche tu, come loro,
puoi sfidare i cattivi e salvare un tesoro?
L’eroe mascherato stavolta sei tu:
ascoltami bene e ti svelo di più.

C’è in giro un mostrino piuttosto fetente,
un virus noioso che ammala la gente.
È piccolo come una punta di spillo
eppure nessuno può stare tranquillo.

Gli piace nascondersi nella saliva,
non sai dove va, non sai quando arriva.
Tra le goccioline svolazza su e giù
se stai chiacchierando o ti scappa un ecciù.

Ma tu puoi sconfiggerlo: devi essere astuto
e non farlo volare di starnuto in starnuto.
Indossa con cura la tua mascherina
e sbarra la strada alla bestiolina.

E qui viene il bello, lo sai che ti dico?
Di eroi mascherati ce n’è all’infinito.
Ormai sono ovunque: per strada e al mercato,
al parco, sul bus, in bici e nel prato.

Abbiamo imparato a restare distanti
senza sentirci soli, perché siamo tanti.
Al Coronavirus facciam la linguaccia,
con la mascherina a coprirci la faccia.

Il volto nascosto è un superpotere:
ridiamo con gli occhi e riusciamo a vedere
dettagli che prima sfuggivano ai più
in un colpo di ciglia o uno sguardo all’insù.

Per questo ti spetta un grazie sincero,
hai tanto coraggio e puoi esserne fiero.
La salute è di tutti e a salvarla chi è?
Ogni eroe mascherato, come me e come te.

 

 

P.S. Questa filastrocca è nata per preparare i nostri gemelli all’uso delle mascherine (e più in generale al distanziamento sociale). Abbiamo pensato di condividerla, perché magari pure voi conoscete dei piccoli umani con un sacco di domande e una fissa per le frasi in rima.

C’è stato un mondo, amore mio

mondo

New York. Un piccolo locale serve pancake con sciroppo d’acero. Ci sono i divanetti imbottiti e i camerieri che versano il caffè dalle caraffe. Siamo venuti qui di proposito per l’ultima colazione a Manhattan: ci piaceva l’idea di chiudere la vacanza con uno stereotipo americano. Che scemi.
Ci alziamo in volo sui palazzi e siamo a Brooklyn. Ecco la libreria all’angolo, diamo di nuovo un’occhiata. È piena di edizioni illustrate e deliziose inutilità di cartoleria, ricordi? Seguimi ora, stacca i piedi dall’asfalto. Guarda, l’oceano è già laggiù.

Tokyo. Petali rosa sui ciliegi e per terra. Un parco che trabocca di una bellezza così definitiva e mistica, proprio non te lo aspetteresti accanto a uno stradone. Hai ragione, in Giappone continuiamo a inciampare nella meraviglia. Due gemelline corrono sul prato, la stessa camicia bianca, le gambe cicciotte ancora esitanti. Donne addette alla manutenzione, chine sull’erba, scandagliano il terreno con un minuscolo punteruolo, in cerca di piccole radici infestanti. Gruppi di giovani fanno hanami all’ombra degli alberi in fiore. I grattacieli tutt’intorno, da qui, sembrano conformazioni primordiali e magnifiche. Sul ponte di legno provo a fare una foto panoramica con l’iPhone, la cancello perché non so come farci stare tutto questo.

Eccoci, sotto di noi di nuovo acqua e mare e acqua. Lascia che mi bagni un attimo i piedi, poi ripartiamo. Sorvoliamo la costa ligure, il borgo arroccato e infine l’appartamento con le tende blu. Il letto è irresistibile come quella volta che siamo scappati dai figli per fare gli innamorati.

Adesso dammi la mano. Librati ancora. Planiamo sulla strada che abbiamo attraversato migliaia di volte. Oltre il prato c’è una casa gialla. Una scala. Uno zerbino con la scritta “welcome” che da giorni non da il benvenuto a nessuno. Oltre la porta, un bimbo dai riccioli biondi gioca con le macchinine, steso sul pavimento. Tiene la testa a un centimetro da Saetta McQueen, proiettato dentro un film di cui è regista, rumorista, dialoghista.
Una bimba imbronciata distribuisce cibo in plastica ai suoi pupazzi.

C’è un uomo in cucina, sei tu.
Carichi la lavastoviglie e mi rassicuri: “Penso io ai piatti, così mi tengo occupato”.
C’è una donna seduta al tavolo, sono io.
Bevo il caffè domandandomi se questa tua frase sia più gentile o più drammatica.

Come sto? Bene.
Come sto? Non so, non rispondo.

Risiedo in questo spazio piccolo e in questo tempo limitato, faccio del mio meglio, il mio corpo come primissimo confine, la mia mente come scatola che proprio non voglio riempire più del necessario. La superficie è l’unico habitat che mi sia congeniale, al momento. Ogni volta che provo a guardare davvero dentro alle cose, rischio il capogiro.

Ieri abbiamo costruito un calendario insieme ai bambini. Mentre coloravamo e ritagliavamo, i giorni si sono fatti materici, hanno smesso di avere tutti la stessa confusa inconsistenza. È stato bello.

C’è stato un mondo là fuori, amore mio. Ne verrà un altro. Ogni tanto volo via con te e sogno lidi migliori. I nostri.

Svoltare la clausura grazie agli anni novanta

anni novanta

Per assicurarsi momenti di distensione in questi tempi difficili, c’è chi sceglie la mindfullness, il total body, il binge watching. Io rivendico e promuovo la pratica del “nineting” – o “novanting”, se preferite. No, non è un’allusione alla posizione dolorosa in cui ci ha messi il virus, ma un omaggio alla decade delle boyband mechate, delle coreografie improbabili, delle hit zeppe di “yeah” e “baby” da strillare a occhi chiusi. Gli anni novanta.

Il nineting consiste nell’ascolto estemporaneo del miglior pop del decennio 1993-2003, supportato, se possibile, dal canto a squarciagola di ritornelli insulsi e da mossette plastiche. L’obiettivo è rendere la quarantena non dico spassosa, ma quantomeno tollerabile.
La potenza di questa pratica mi si è palesata per caso, quando sono incappata nella versione domestica (e anziana) di “I Want It That Way”, postata dai Backstreet Boys in pieno lockdown. Era una mattina grigia di un prevedibile giorno ai domiciliari, eppure gli effetti benefici si sono rivelati immediati e piuttosto sostanziali. Vado dunque a elencarli:

  • Evasione: il nineting evoca ricordi scemi da un’era scema, almeno per quelli della mia generazione. Impossibile trattenere il sorriso mentre le Spice Girls ocheggiano allegramente nei loro abiti sintetici.
  • Leggerezza: il nineting si alimenta di contenuti basici e per questo rassicuranti. Il mondo fa meno paura, quando puoi gridare: EVERYBODY YEAH ROCK YOUR BODY YEAH.
  • Dinamismo: il nineter d’esperienza, sa che i brani sono quasi sempre abbinati a balletti idioti, di facilissima riproducibilità (anche se vi trovate in salotto e siete sprovvisti dei più elementari rudimenti di danza). Fai movimento, sudi e ti spogli del fardello della tua dignità. Gratis!
  • Benessere: il nineting libera endorfine – lo dice chiunque debba promuovere una pratica, chi sono io per fare diversamente? Attraverso il canto sguaiato, poi, permette di allentare anche le tensioni più profonde.

Aggiungo che si può fare nineting da soli, in videoconferenza con gli amici o dal vivo insieme ai propri famigliari. Senza bisogno di abbonamenti o di istruttori collegati da remoto.
Ieri, ad esempio, ho cantato “Baby One More Time” mentre mia figlia ballava vestita di strass, ed è stato alquanto liberatorio. Come effetto collaterale, devo riportare che la bambina mi ha poi chiesto di ripeterle il ritornello duecentosessantasette volte – perché sì, il nineting crea dipendenza.

Pertanto, una volta finita la lezione di yoga, vi invito ad arrotolare il tappetino e passare dall’OHM all’OHMANNAGGIA L’HO FATTO ANCORA UNA VOLTA, evocando lo spirito di Britney Cortellesi.
Provate e mi direte. Tanto, parliamoci chiaro, cos’altro avete da fare?

Pulizie di quarantena: ovvero come ho provato a difendermi dall’ansia

Sanificato

Nell’ultimo mese non mi sono iscritta a un videocorso di tip-tap, non ho ripreso a suonare il pianoforte, non ho rispolverato il mio tedesco, non ho intagliato suppellettili.
Nell’ultimo mese non ho incontrato folgorazioni sulla via tra cucina e divano, non ho ampliato la mia nozione del mondo e degli uomini, non ho rinvigorito alcun nobile convincimento.
Nell’ultimo mese non ho panificato, incredibile a dirsi, ma in compenso ho sanificato. Ho sanificato parecchio.

Ho cominciato con le superfici e le mani, da brava. Ho poi proseguito coi pensieri, che erano stati contaminati da un male sconosciuto e potente, da un’ansia senza rimedio.
Ci sono scivolata dentro piano.
Ero tra quelli che hanno iniziato ad allarmarsi moderatamente già dal caso di Codogno, un po’ perché moderatamente allarmati erano i divulgatori che seguo, un po’ per innata ipocondria, un po’ perché conosco e amo persone “a rischio”.
Sta di fatto che il lockdown ufficiale è arrivato quando già da qualche giorno vagavo per casa con lo sguardo attonito del chihuahua, in preda alla tachicardia.

Nella settimana dei cori dal balcone, la mia gola si è esibita in un nodo stretto e costante, culminato con il primo attacco di panico della mia vita. Il fiato che manca, detestabile analogia con il virus, la testa che sfuma in una paura sorda.

Ho reagito proclamando l’inizio delle Pulizie di Quarantena, con un contro-decreto che, al pari di quelli di Conte, ha fissato come obiettivo la sopravvivenza. Mia e dei miei coinquilini.

Dispacci apocalittici? Spruzzata di alcol.
Fake news complottiste? Passata di acqua ossigenata.
Rabbia da social? Fiotti di Lysoform.
Video lacrimevoli? Manata di Amuchina.

Nell’ultimo mese, in definitiva, mi sono protetta. Ho affrontato in ciabatte una quotidianità fatta di piccole cose, lasciando che a tenermi a galla fossero pochi dati di realtà, sempre quelli, senza merlettature.
Ho due bambini di quattro anni piuttosto spassosi. Sufficientemente grandi per intrattenersi con profitto, abbastanza piccoli da non capire fino in fondo cosa stia accadendo.
Ho una casa accogliente dove concedermi anche la solitudine.
Ho una connessione che funziona discretamente.
Ho un lavoro – mio Dio – ho un lavoro.
Ho un uomo con cui ruzzolare sul letto e ridere nel disagio.
Ho la sceneggiatura originale di Fleabag e tanto tempo per leggere.
Ho amici per giocare a Pictionary da remoto.

Ho i miei dati di realtà. Ho le mie quotidiane fortune.

Fuori dalla porta sta accadendo qualcosa di tragico: non è il momento delle epifanie, almeno per me.
È un tempo essenziale, fatto di poco. Ma in quel poco, ora, io esisto.

Alle mie donne da abbracciare

donne

A mia nonna, che ogni volta che racconta una barzelletta scoppia a ridere prima del finale, lasciandoci in sospeso. E ci prova a riprendere il filo, con gli occhi lucidi e le mani sul volto, ma a quel punto all’ilarità della storiella si è aggiunta l’assurdità della situazione, e lei si lascia vincere dal riso.
A 85 anni ha ideali incrollabili e abita la solitudine con una dignità antica.
Mia nonna che parla del suo Aldo come se avesse appena lasciato la stanza e cura da mezzo secolo i fiori di quel solo amore.

A mia madre, che nel campionato di intuito femminile vincerebbe per distacco. Ha indovinato il finale di Inception quando ancora la moglie di Leo non s’era nemmeno vista, per dire.
La mia mamma morbida, la mia mamma-casa, così dolce da far dimenticare quanto sia stoica. Tutti le abbiamo chiesto tanto e lei hai sempre trovato le risposte.

A mia figlia, che a carnevale in un mondo di Else ha voluto essere un cane, ed era un dalmata di rara fierezza. Lei che se ne frega, ride a briglie sciolte, ama e detesta risolutamente.
Gradisce vincere a Memory. Adora gli sberluccichi. Disprezza gli adulti che cantano in gruppo – non intonate “tanti auguri a te” durante i compleanni, abbiate un po’ di dignità.
Grida “SONO UN CAVALIERE!” brandendo ciabatte, ha un cassetto di tesori in vera plastica e ogni sera bacia la mia pancia che le ha dato la vita e un fratello.
Sono stata una bimba un po’ pallida: questa sua infanzia esuberante e femmina me la godo e la proteggo.

Alla mia amica grande, che è stufa che le dicano quanto sia forte. Ma lo è, dannazione, e la sua forza è condanna e salvezza. Mi ha insegnato che la malattia non si definisce da sé: è soprattutto il modo in cui la incarni, è quello che ci fai, di quel tuo corpo che non sta alle regole. E lei ha firmato ogni pagina della sua storia con una presenza che brilla e si impone, anche nel dolore. Non ultimo, è stata la mia alleata scema nell’età della stupideira. E la stupideira è per sempre.

Alla mia amica bella, che sa tutto di calcio e sfoggia manicure impeccabili, perché dentro agli stereotipi la realtà sta strettissima. Intelligente da far venire i nervi, in equilibrio quando gli altri sembrano vacillare, plana elegante e arguta sopra la gelosia, le aspettative, la rabbia. E assesta uno schiaffo alla narrazione che ci vuole sempre più emozionate, delicate, mestruate.

All’amica che è andata a prendersi la sua rivincita più in là, a quella che splende e nemmeno lo sa, alla madre a tempo pieno perché si è riempita il tempo di vita, a quella che ha vissuto una prova con grazia assoluta, alla manager che ha difeso ogni volta il proprio valore, all’intrepida che ha costruito un progetto che le somiglia.

A voi dedico i miei pensieri in questo tempo confuso, donne mie. E oggi che mi sento spersa, stringo la mia bambina e con lei vi abbraccio, qui dentro, per ritrovarmi.

Virus, bolle e sciami: riflessioni ai margini dell’emergenza

virus

Lo scorso 25 novembre ho subito un intervento chirurgico. Nulla di grave, ma la natura dell’operazione mi ha costretta a un periodo di riposo, lontana da sforzi inutili e sollecitazioni eccessive. Ovvero a 240 km dai miei figli.

Stanziata nei pressi di un ospedale lombardo, ho trascorso il primo periodo di convalescenza sepolta sotto un piumone, una massa immobile intorno a cui orbitava senza sosta mia madre. Non avevo voglia di scrivere né di leggere, e un numero di Vanity Fair mi appariva approcciabile quanto un manuale di fisica teorica.

Talvolta il tempo si faceva colloso. Succedeva quando incontravo un intoppo nelle tre azioni base della mia routine: fare la pappa, fare la nanna, fare la cacca. Così è, se sei ferita e il tuo solo compito è rimarginare.

In piena regressione e senza l’appiglio di Netflix, per due settimane mi sono nutrita di proteine, frutta e TV generalista, che ingurgitavo con vastissima indolenza dopo anni di digiuno. E, sorpresa: i canali in chiaro erano pressappoco come li avevo lasciati.

Alessandro Borghese nei ristoranti. Alessandro Borghese nei cooking show. Alessandro Borghese nei ristoranti. Gerry Scotti nei quiz. Sallusti nei salotti. Coppie etero innamorate nei film natalizi. Malattie imbarazzanti. Assassini inquietanti. Soubrette. Una promo di “La pupa e il secchione”. – LA PUPA E IL SECCHIONE? Ma veramente? Devo controllare sulla Smemo se domani interroga di mate?
Alessandro Borghese nei ristoranti.
Di tanto in tanto, nelle interviste della Bignardi scorgevo un presente in cui potevo riconoscermi. – Ok, in studio c’è Carolina Crescentini che parla di Motta. È il 2019 e siamo in Italia.

A ripensarci adesso, quello stallo forzato mi appare come un assaggio di questi tempi di attese, in cui ci ritroviamo piccoli, infastiditi e al contempo dipendenti da prescrizioni che limitano i nostri corpi.
E mi ha rivelato qualcosa di questo Paese, delle velocità sfasate con cui si muovono i media e le generazioni. Ogni “bolla” ha le sue narrazioni, ogni sciame segue le proprie traiettorie su canali e ritmi suoi.

Questo virus non lo padroneggia nessuno ma riguarda tutti, è un fenomeno oscuro e collettivo. Ne parliamo e parlandone ci illudiamo di renderlo più intelligibile.
Lo sfasamento tra le voci si è fatto stridore insopportabile: TV e giornali vendono terrore, gli sciami rispondono completamente dissociati. Chi minimizza, chi accatasta viveri, chi questiona sui numeri, chi addita colpevoli occulti, chi domanda OK MA PERCHÉ NON PARLATE DEL CLIMA (come se non fosse possibile assistere a più di una crisi globale nello stesso momento, ahinoi).

Non sappiamo quanto durerà e c’è da chiedersi se nel frattempo smetteremo di ronzare convulsamente per comportarci come una comunità.
Qual è l’alternativa? Organizzare festosi assembramenti al grido di “l’Italia non si ferma”, perché tanto “muoiono solo gli anziani e le persone con patologie”? Non so voi, ma conosco esseri umani acciaccati piuttosto amabili, voglio fare la mia parte per proteggerli e difendere la tenuta del nostro SSN.

E ora scusatemi, ma ho passato la settimana in tuta, in smart working, coi bambini a casa da scuola, il mollettone nei capelli e la certezza che il corriere abbia manomesso lo scatolone per rubare l’Amuchina ordinata quando ancora non costava come un siero Estée Lauder – storia vera.

Mi attacco a Netflix, come vuole la mia bolla.

Avevo un sogno piccolo

Avevo un sogno piccolo. Era entusiasta, elettrico. Gli ripetevo “Hai tempo. Calmati!”. Ma scalpitava perché voleva realizzarsi.

Avevo un sogno piccolo che mi faceva ridere, e mentre sghignazzavo non lo lasciavo crescere.
A prenderli sul serio, i sogni, poi rischi di deluderli. Così ho lasciato perdere.

Avevo un sogno piccolo, un “io-vorrei” minuscolo, di quelli che non stai nemmeno a raccontare, un sogno che puoi rimandare.

L’avevo e poi l’ho perso. Sgusciato dalla borsa. Forse sfuggito dall’agenda gonfia. Smarrito nel tragitto tra lavoro e casa. Evaporato in coda in autostrada.

L’ho perso e mi mancava il tempo per sentire che mancava, un sogno trasparente ma importante che manco io sapevo fosse aria.

È ritornato poi, incazzato nero. Chiedeva senza posa “e tu dov’eri?”. Io lo guardavo e mi riconoscevo, come in un vecchio scatto del liceo.

Avevo un sogno piccolo, ma poi s’è fatto grande. E adesso che è cresciuto, non mi conviene ridere. Tocca ascoltarlo bene e tirarmi su le maniche.

Caro Google ti scrivo, così mi distruggo un po’

Google

Ok Google, come faccio a diventare una persona migliore? Sul serio, Google, ascolta.
Sono spersa, vivo cercando costantemente qualcosa. E come me tanti altri, Google. Siamo millennial: nel tempo in cui i jeans a vita alta sono diventati cool, da sfigati e poi di nuovo cool, per noi il termine “ricerca” ha stravolto completamente il suo significato. L’attimo prima eravamo in biblioteca a trascrivere con la bic un capitolo sull’allevamento ovino in Molise, quello successivo eccoti: un seducente campo aperto a cui domandare potenzialmente ogni cosa. E senza fatica.

Quando, quattro anni fa, io e Matteo abbiamo iniziato a immaginare di avere un bambino, un pomeriggio mi sono seduta al computer e ho digitato la chiave: “pentirsi di avere figli”.
L’ho fatto davvero, Google.
Come se il significato di una rivoluzione esistenziale così radicale potesse nascondersi su panzaegravidanza.it.
Come se la risposta alle mie paure potesse celarsi nei commenti di Forumina84, scossa per aver rifilato l’ennesimo lavaggio nasale al suo erede.
Quel giorno ho scoperto che sì, c’è chi si rammarica di avere procreato, e che una sociologa israeliana ha persino scritto un libro in merito.
Insomma, io mi avvicinavo timorosa all’idea di un bimbo, tu mi illustravi diligentemente perché desistere e scappare lontanissimo.

Non so più stare sola coi miei dubbi, Google. Non c’è mai silenzio. Le preoccupazioni leggere che mi attraversano come nuvole, possono facilmente diventare temporali.
E il punto non è quasi mai quanto i tuoi responsi siano attendibili, ma quanto risuonino con me.
Se ho bisogno di darmi delle pacche sulle spalle, tu supporti la mia tesi del momento. Se qualcosa mi rende ansiosa, tu fornisci un ventaglio di ottime ragioni per continuare a esserlo.

Vivere le domande ora – farle decantare, maturare – non è più un’opzione. Le questioni vengono indirizzate lì per lì, così come arrivano, senza uno straccio di selezione: da “durata yogurt aperto” a “sintomi epatite”. Pronti, partenza, disagio.

Aiutami, Google. Io non sono semplicemente una millennial: sono una madre millennial – sì, ho concepito, alla faccia della sociologa israeliana e del suo libro.
La nostra è tra le specie digitali più inquiete e voraci. Non ci bastano i consigli di riviste, manuali, pediatri, nonne, amiche, psicologi, ostetriche, doule, guru dell’allattamento, counselor, portatrici, astrologi, santoni, esorcisti. No: noi nel dubbio googliamo per un secondo parere.
Questa storia del genitore consapevole ci è sfuggita di mano e la maternità somiglia sempre più a un protocollo di do’s and don’ts.
Io mi mantengo a distanza dal branco, evito le conversazioni online, simulo superiorità. Talvolta però mi assale una furia malsana e leggo, leggo, leggo: dalla rubrica del pedagogista al post della tronista.

Per dire, prima di iscrivere i miei gemelli alla scuola dell’infanzia ho analizzato l’offerta formativa per la fascia 3-6 nell’intero sistema solare, scandagliando il web con la perizia di un cercatore di tartufi. Nessuna opzione è stata trascurata. La sperimentale nel bosco dove i fanciulli intagliano ceppi e suonano l’oboe a trentasei mesi. La montessoriana tutta legno e tinte pastello, ottima per l’autonomia delle creature e pure per Pinterest. La trilingue con i laboratori pomeridiani propedeutici all’università. Una stava a Roma, una a Milano, l’altra a New York. E io che vivo in provincia, stavo una merda. Salvo poi scoprire che la statale a due minuti da casa ha un giardino bellissimo e maestre adorabili. E che i miei treenni erano pronti ad accogliere il cambiamento con serafica condiscendenza, a differenza di me.

Se però le angosce sono di quelle ingombranti e dolorose, mi guardo bene dal coinvolgerti. Quando ho saputo che il mio Pietrino aveva una malformazione congenita (qui la sua storia), ho evitato accuratamente di rovistare online. Qualsiasi pronostico mi avrebbe atterrita. Meglio ascoltare i medici e fare alla vecchia maniera: aspettare che le cose accadessero, senza provare a leggere il futuro in rete.

E forse è proprio questo il succo. Io rivoglio la quiete. Il mistero. L’attesa.
Non offenderti Google, ma ambisco a convivere con l’irrisolto.

Pertanto, da bravo, adesso fai una cosa per me. Cerca: “come smettere di cercare su Google”.

Non restiamo umani, facciamo di meglio

restiamo umani

Umano è l’errore, la paura che strizza le viscere, il dolore che spezza.
Umano è l’orizzonte minuto, il piccolo rancore che monta e fa schiuma, la pancia trafitta da brama e da fame.

Il sangue, è umano. La merda, la bava, il livore.

“Restiamo umani”, dicono, ma raramente siamo stati più umani di ora. Le senti la puzza di umori e la rumorosa accozzaglia di espressioni istintuali?

“Restiamo umani” è lo slogan, ma “restare”, così, è un verbo fiacco: che ce ne facciamo di un’azione che non sposta le cose, di un invito alla stasi?

Non restiamo umani, per carità, facciamo di meglio. Cambiamo, umani. Voliamo, umani.
Come bambini che vogliono tutto, ma imparano a spartire la vita.

 

 

Nota: so bene che il primo a scrivere “restiamo umani” fu Vittorio Arrigoni. Uno che a quelle parole ha provato a dare autenticità e vita. Non bastano gli hashtag per elevarci dal fango e a volte fingo di dimenticarlo, sentendomi nei Giusti tra quelli seduti dietro a uno schermo. Questo il senso della mia riflessione.