La difesa dell’arazzo: considerazioni a pelle sull’intolleranza

Quando qualcosa mi agita, mi faccio paonazza. Ho la pelle traditrice, ho la pelle spia, si accende e rivela l’imbarazzo. Non lampeggia, ma poco ci manca.

D’inverno il mio colorito è grigio spento, ma a rendermi davvero irresistibile è il naso rosso ciliegia. Il freddo mi fa hot.

Al mare divento di miele. Posso stare anche quindici giorni sotto il sole: una volta raggiunto il pantone Winnie Pooh, smetto di crederci. Soffro di abbronzatura pigra.

Ho una voglia beige in fondo alla schiena e una macchia color fragola dietro il collo, marchio di fabbrica delle donne di famiglia.

Sotto gli occhi vanto occhiaie in vero cobalto, ricoperte da un sottile strato di cerone.
Sul braccio un rettangolo marrone, ricordo di una bruciatura.
Sulle gambe, un leggero reticolo di capillari rosa.

Questa storia che avrei la pelle bianca, dunque, è una fake news.
E voi, gloriosi sovrani in felpa, guardiani della mensa scolastica, voi che la domenica andate per ronde e poi pestate sulla tastiera per coprire il rimbombo del nulla, voi, dico, questa storia la usate per tracciare una distanza intimidatoria tra me e chi vi fa tanto comodo odiare.

Siamo un intrico di sfumature, un intreccio di trame che ci tengono insieme. C’è del nero, lo vedo, ma è il vostro fascismo che torna.

Il mondo è un arazzo.
Ci starebbe una rima per voi, ma la passo.

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